

L'oceano e il giardino. Dopo l'oceano di Steed Gamero (nella foto, "El viaje de la esperanza", Galleria Arte Stile), attraverso le cui estensioni viaggiano a cavallo di delfini uomini che fuggono dalla povertà, in cerca di un mondo in cui vivere e dove l'artifizio è simbolo di speranza e giustizia, ecco "Viridarium", il giardino dell'arte (nella foto, una delle opere in mostra). Byblos Art Gallery di Verona ancora una volta si trasforma, si modifica per assumere una nuova identità che coincide con il senso stesso del suo esistere. Nata per dare spazio alle forme della creatività contemporanea, con la mostra Viridarium, curata da Ivan Quaroni, la galleria assume ora le sembianze di un giardinoparadisiaco, di un luogo destinato alla celebrazione della bellezza. Come in uno spettacolo teatrale in cui l'attore è sempre se stesso ma riesce a dar vita a molteplici e sempre diversi caratteri, la galleriaindossa una nuova veste i cui elementi predominanti - la natura e l'artificio - divengono i protagonisti assoluti di questo nuovo dialogo con l'arte. Fulvia Mendini e Corrado Bonomi, gli alchimisti di questa indedita trasformazione, arrederanno e rivestiranno con le loro opere, caratterizzate dai più diversi mezzi espressivi, gli spazi espositivi di Byblos Art Gallery che per l'occasione diventerà, come suggerisce il titolo della mostra, un Viridarium, il giardino delle case patrizie romanein cui si coltivavano le piante ornamentali e officinali e la cui preziosità e sacralità era sottolineata dal fatto che fossero utilizzate per creare delle corone votive da offrire agli dei. La magia e la forza primigenia degli elementi naturali pertanto si uniranno alle innovazioni del linguaggio sperimentale di questi due artisti, dando vita a quel connubio tra arte e natura che è tema centrale su cui si articola il percorso della mostra.
di Laura Todisco
Sono più di due millenni che l’affascinante e carismatica personalità di Alessandro il Macedone, protagonista di una straordinaria storia di conquista, incanta gli uomini. Un’atmosfera di leggenda circondò il re, morto a soli trentadue anni, già da quando era in vita. Da quel momento ogni epoca ha cercato di immaginare e costruire il proprio Alessandro,facendone di volta in volta, un modello avventuroso, un modello eroico, un re ed un guerriero ideale, ed anche un esempio morale. Molti testi antichi raccontano le gesta del giovane conquistatore: celebre e riassuntiva tra tutte la Vita scritta da Plutarco. Ma nessun testo ne mette in risalto la forza fantastica,come il Romanzo di Alessandro, del quale si conservano molte redazioni in lingue ed epoche differenti, che vanno dalla tarda antichità, fino all’epoca moderna.
A metà tra biografia, storia ed invenzione, il Romanzo narra la vita prodigiosa e le meravigliose avventure di Alessandro, dalla nascita divina in Macedonia, fino alla prematura morte in Babilonia. Il testo è, in effetti, il frutto di una ininterrotta tradizione di leggenda, iniziata dai giorni della impresa militare in Asia e continuata nel livello “alto” della storia ed in quello “basso” della narrativa popolare.
Il romanzo risente di entrambi i livelli,mettendo insieme elementi storici, ed elementi del tutto fantastici. Nei secoli il materiale leggendario su Alessandro si venne ad arricchire di nuove sollecitazioni e creazioni,anche perché molti popoli immaginarono avventure che li facevano partecipi delle avventure del grande re.( Cfr. C.Franco,Il Romanzo di Alessandro,Sellerio)
Tutto questo avviene, naturalmente, anche per il popolo ebraico. Infatti, anche la letteratura ebraica medievale si è occupata della storia e delle leggende del grande conquistatore macedone.
La questione risulta interessante visto che è dimostrato che , oltre alla vasta produzione di materiale esegetico e omiletico , sviluppatosi da quella inesauribile fonte che è la Torà, troviamo opere la cui materia deriva spesso, dal circostante ambiente non ebraico: sia arabo,sia cristiano e, considerato anche il fatto che questi racconti circolavano nella Leshon ha-qodesh , ossia in ebraico, è chiaro che bisogna parlare di una letteratura che esula dalla sua funzione propriamente religiosa, ma che si apre al popolare ed al cavalleresco ( così come rilevano G.Tamani e Claudia Rosenzweig)
Ed infatti, la figura di Alessandro è presente nella letteratura ebraica post-biblica in diverse MidraŠim , Haggadot, e nel Talmud , dove si narra essenzialmente , del rapporto con gli ebrei , prova di quanto egli dovesse essere importante nell’immaginario ebraico sin dall’epoca ellenistica.
Per la tradizione ebraica Alessandro il Macedone è principalmente una figura positiva pur restando il rappresentante di quella serie di re e di domini stranieri che dominarono la Palestina e vollero imporre la propria cultura agli ebrei. Questi racconti ebbero un’ampia diffusione nella letteratura ebraica medievale, soprattutto, dal momento in cui entrarono a far parte dal del Sefer Yosippon.
Il Ma´aseh Alexandros , è infatti, il Romanzo di Alessandro inserito nello Yosippon.
Ecco un paio di brani tratti dal Ma´aseh Alexandros e da me tradotti in versione in edita per l’italiano
I viaggi meravigliosi
Dopo che ebbe sottomesso tutte quelle terre, Alessandro pensò di andare fino all’estremità della Terra. Attraversò la Media, e giunse ad una valle molto profonda , e vi rimase circa otto giorni.
Da lì, arrivò poi in un altro posto dove c’erano degli alberi simili ai meli, ed il posto era abitato da strani uomini, detti: pitechi che avevano il collo lungo, e le mani, e le braccia affilate come coltelli. Ordinò di catturarli, questi fuggirono, ma ne furono uccisi sessantadue, ma anche le bestie uccisero i suoi uomini in numero di sessantatre. Dopo aver pernottato in quel luogo, si rimise in viaggio ed arrivò nel paese dei giganti.
Vi erano, infatti, uomini dalla barba rossa, e la faccia come quella di un leone, ed avevano delle cinture fatte della pelle di soldati che avevano ucciso.
I giganti si presentarono al campo di Alessandro, e nonostante fossero completamente disarmati, uccisero centocinquantadue dei suoi uomini.
A quel punto, Alessandro ordinò di bruciare la foresta per mettere in fuga quegli esseri.
Il giorno seguente, decise di andare nella grotta di quei mostri, ma all’ingresso ( a guardia della grotta) c’erano delle bestie enormi simili ai cani, con la pelle maculata, e la loro altezza era di quattro cubiti, la loro pelle era di un colore cangiante, avevano tre occhi , e saltavano come rane.
Andò via da lì, e giunse in un altro posto abitato da un uomo con una lunga barba, e volle catturarlo, e poiché non ci riusciva, ordinò di spogliare una donna per usarla come esca. La creatura afferrò la donna, la portò in un luogo appartato e la divorò. Allora Alessandro ed i suoi uomini gli si avvicinarono per catturarlo, e videro che parlava la lingua umana.
Ma proprio in quel momento uscirono dalla foresta altri mostri suoi simili.
Alessandro ordinò di dar fuoco alla foresta, affinché fuggissero, ma nonostante ciò, ne riuscirono a catturare cinquecento.
Questi esseri non avevano alcuna forma di intelligenza ed abbaiavano come cani. E da lì andò in un altro luogo, e vi trovò degli alberi che spuntavano all’alba e si mostravano fino alle sei, e dopo si rimpicciolivano fino a sparire del tutto, e la resina che producevano, era simile alla resina degli alberi di pesco, ed il suo profumo era molto gradevole. Ordinò quindi di tagliare l’albero e di raccoglierne la resina.
Ma, ad un certo punto, quelli che stavano tagliando l’albero furono colpiti da sferze, ma si sentiva solo il rumore dei colpi, senza vedere nulla.
Fino a che si udì una voce provenire dall’albero che disse: ”Non tagliate gli alberi, e non prendete da essi nulla!”. Lasciarono quel posto ed arrivarono ad un lago le cui acque erano molto limpide, e su cui un drago sputava fuoco dalla bocca, ma nonostante ciò, il lago era pieno di pesci che non si ustionavano dal fuoco e vi erano anche degli animali simili alle galline, ma appena qualcuno cercava di catturarle, queste sprigionavano fuoco dalla bocca, ustionando il malcapitato.
L’indomani camminarono per tutto il giorno, e giunsero in un luogo dove videro bestie con cinque gambe e tre occhi, e alte sei cubiti.
Giunsero in un altro posto che era pieno di sabbia abitato da animali simili agli asini, alti cinque cubiti e con sei occhi, ma vedevano soltanto con due.
Arrivarono in un altro posto, e vi trovarono persone senza testa, con gli occhi e la bocca sul petto, ma che parlavano la lingua umana.
Essi mangiavano pesce e raccoglievano dalla sabbia funghi di tre chilogrammi ciascuno.
Viaggio nella terra dei beati
Da lì attraversò il deserto dove, per un giorno intero, non vide volare un uccello: c’erano solo terra e cielo. E presero la nave e giunsero nei pressi di un ‘isola abitata da creature che parlavano la lingua degli umani. Si sentivano le voci, ma non si vedevano coloro che parlavano. Allora , mandò alcuni dei suoi uomini a nuoto nell’isola, ma uscì un grosso granchio dal mare e li uccise: erano cinquantaquattro uomini. Ebbero timore ed andarono via da quel posto. E giunsero in un posto molto buio, dove non splendeva il sole. Alessandro ebbe voglia di vedere la terra dei “beati” e chiese al suo amico se convenisse andare lì con milletrecento soldati. Prese, dunque, un‘asina e la legò all’ingresso del luogo. Dopodiché lasciò lì tutto il suo esercito e si addentrò da solo in quella terra (buia). Questo luogo era pieno di vapore e non si vedeva nulla, era sporco e puzzolente. Camminò a lungo fino a quando incontrò due uccelli dal volto umano, gli uccelli iniziarono a parlare e gli dissero:”Alessandro, cosa fai qui nella terra dei beati?, torna indietro, tu non puoi vedere il regno dei morti!”. Tuttavia, prima che andasse via, uno degli uccelli gli disse: ”Alessandro, tu dominerai l’Oriente e conquisterai il trono di Poro!”. Udito ciò, si affrettò ad uscire da quel luogo. Uscitovi, ebbe la premura di costruire delle porte per impedire ad altri di accedervi, prese una pietra e vi scrisse sopra tutto quello che aveva visto.
L'Olocausto iniziò all'improvvisodi Tamara Deuel
La persecuzione: tutto iniziò all’improvviso. Un giorno ci trasferirono nel ghetto di Kovno, la mia città natale in Lituania, e noi cercammo di fuggire in Russia, ma i tedeschi furono velocissimi, non so come fecero, forse volarono! Ci costrinsero a tornare indietro, non a Kovno ma a Vilna. Abbandonammo tutto, la nostra casa, le due grandi ville che avevamo fuori Kovno, che erano bellissime con campi per lo sport e un’altra casa a due piani che i miei genitori comprarono per i miei nonni. Ah, era in un posticino moltobello, ma i miei nonni nonebbero mai la possibilità di abitarci. Tutto iniziò all’improvviso. Qualcuno se lo aspettava, forse anche mio padre. Qualche volta da bambina ascoltavo i discorsi degli adulti e mio padre se lo sentiva, diceva a tutti che gli ebrei avrebbero dovuto andarsene perchè si sarebbe verificato un disastro. Non so come facesse a intuirlo, ma lo diceva in continuazione. Avevamo anche la possibilità di andare negli Stati Uniti prima della guerra, ma tutto iniziò talmente all’improvviso... I Russi arrivarono nel Baltico per un anno e poi i tedeschi, una notte, all’improvviso. Io ero in giardino e iniziarono i bombardamenti, non sapevo cosa potesse essere. Tutto, tutto accadde all’improvviso! I grandi cambiamenti nella nostra vita...


Tamara Deuel, testimone della Shoah, è un'artista che celebra la Memoria con i suoi dipinti, accolti dai più importanti musei dell'Olocausto. Nelle foto, tre dipinti della serie "Kadish".
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Il Re Mathias IAmo Janusz Korczak per le sue opere pedagogiche, ma soprattutto mi piacciono molto i suoi libri per bambini. Ho letto Il Re Mathias I da una versione francese e mi ha molto colpito, come Yotham il mago che è una sorta di Harry Potter ante litteram (se non sbaglio la traduzione ebraica l'ha fatta Orlev). Del Re Mathias I mi piace molto questa parte:
L'atto di accusa del re Mathias
1) Il re Mathias ha distribuito manifesti ai bambini perchè si rivoltino e non obbediscano più ai loro genitori;
2) Il re Mathias voleva provocare una rivoluzione mondiale per diventare il re del mondo intero;
3) Infine è accusato di aver ucciso un ministro plenipotenziario, nonostante avesse alzato bandiera bianca.
Poiché Mathias non era più re in quel momento, risponderà di questi crimini come un comune delinquente. Noi abitanti della città, visto che le bombe stanno distruggendo l'abitato e poiché desideriamo salvare le nostre mogli e i nostri figli non vogliamo più che Mathias continui ad essere re. La capitale gli toglie la corona e il trono. Noi alziamo bandiera bianca perchè non vogliamo più continuare la guerra, che sarà condotta non dal nostro re, ma dal comune cittadino Mathias, che sarà il solo a rispondere di tutto, perchè noi siamo innocenti". Laura Todisco
Il significato della mortedal romanzo "Alle porte di Tangeri" di Moshe Benarroch
trad. Laura Todisco
Perché, qui, io cerco il significato della mia morte… come se la morte avesse un significato! Ricordo il soldato arabo che era in quell'edificio di fronte a noi; gli intimammo di arrendersi e ogni volta che gli chiedevamo la resa, lui piangeva, citava un versetto del corano e ci sparava. Era solo, circondato da decine di soldati e non poteva fuggire da nessuna parte. Prima uccidemmo il suo compagno, così rimase solo. Glielo domandammo di nuovo, e lui sparava e pregava. Gli chiedemmo in arabo di uscire e di arrendersi e quella tiritera durò ore e ore, finchè qualcuno arrivò di lato, si avvicinò e lanciò una granata sulla baracca e allora ci fu silenzio. Ci eravamo quasi abituati al suo pianto, ai versetti del corano che lui cantillava. Quando siamo andati ad aprire la baracca, abbiamo visto che era chiusa dall'esterno: lui non avrebbe potuto andare né dentro né fuori. Ho guardato il suo corpo disteso; era della mia altezza, i suoi capelli erano identici ai miei e forse anche la sua faccia era uguale alla mia. In quel momento, ho capito che sarei morto. Sapevo questo; mi resi conto che non c'era alcun significato nella guerra e soprattutto nella morte in guerra. Non so quanti ebbero la stessa sensazione, ma prima di me furono uccisi tre miei commilitoni e sentimmo che questo era un brutto segno, il segno che saremmo morti anche noi. Dopo di che, ci fu l’esplosione in cui rimasi ucciso. E con me, altre centinaia, perché sentivo che quel soldato morto nella baita, che piangeva e pregava, ero io! Sentivo che non avremmo dovuto essere nemici, e che l’unico motivo per cui ci combattevamo è che i potenti e i governanti ci mettono nella testa che questo è il nostro scopo. Ma in quel momento sentivo che quel ragazzo che avevamo ucciso, era mio fratello: lui era Abele e noi Caino, figli della stessa madre, l'Umanità. Non sono riuscito a esprimere questo, per qualche motivo, ecco perché quando torno in questo aeroporto, una volta sono padre, un’altra madre, un’altra figlio o figlia. Sono tutti i miei fratelli e mi chiedo spesso che cosa sarebbe successo, se i miei genitori avessero deciso di fermarsi qui e non proseguire. Sarei andato, comunque, in Libano? Probabilmente sì: era il mio destino. Ho amato Israele più di tutti, fin dal primo giorno. Forse perché sapevo che lì sarei stato seppellito giovane e solo, senza figli e vergine.
Commento dell'autore
L'autore, Moshe Bennaroch, nato in Marocco a Tetuan, commenta per il nostro portale - in un breve scambio di opinioni con Laura Todisco - il brano tratto dal suo racconto. "Questo brano della mia novella 'Alle porte di Tangeri' riporta le parole di un morto, Israel. E' un morto che continua a vivere, ma vive negli aeroporti. In quegli aeroporti incontra ognuno dei suoi fratelli, gli altri personaggi della vicenda, che non credono a questa possibile realtà, non si raccontano i rispettivi incontri. Israel muore nella guerra del Libano degli anni Ottanta, dopo aver raggiunto Israele con la sua famiglia, provenendo dal Marocco, negli anni Settanta. Qui, nelle sue parole, si ritrova l'altra realtà del popolo ebreo, quello che viene dai paesi arabi e islamici, il popolo ebreo che ha una cultura tanto ebraica quanto musulmana e che, per il mondo del nemico arabo, è anche il popolo con cui esso condivise sempre, oltre che il cibo, i dolori e le morti.
Nella foto, Moshe Benarroch.
Paolo Buconi e la Vladah Klezmer Band a Bolzano di Roberto Malini
La musica di Paolo Buconi ci trasporta con anima nella musica ebraica, nella cultura yiddish . Il suo gruppo musicale si chiama Vladah Klezmer Band; Klezmer è un termine che nasce dalle parole yiddish kley e zemer e significa "strumento del canto" e l'arte di Paolo è proprio quella di restituire al mondo attraverso gli strumenti musicali il canto di un popolo che - annientato dall'Olocausto - rinasce in un mondo nuovo e leva ancora una voce di memoria. il 10 ottobre 2006 il musicista terrà un concerto a Bolzano con il suo ensemble . Il suo CD Antichi canti ebraici del Mediterraneo intanto sta ottenendo importanti consensi in Italia ed è uscito anche in USA e Canada. Riascolteremo la Vladah Klezmer Band anche nel corso delle Giornate della Memoria. Come ho già scritto, considero Paolo un artista di grande valore e un ambasciatore della musica ebraica; la sua ricerca è necessaria per il recupero della tradizione musicale degli ebrei dell'Est.
Chi è Paolo Buconi?
Nel 1976 Paolo Buconi ha intrapreso lo studio del violino con Giorgio Consolini.
Dopo la scomparsa dell'illustre docente ha proseguito gli studi con Enzo
Porta, Marek Griglewsky, Pilade Billi, Federico Agostini, Bruno Zanella e
Willem Blokbergen, diplomandosi presso il Conservatorio di Musica "Bruno
Maderna" di Cesena e presso l'Accademia Filarmonica di Bologna col massimo
dei voti.
Ha collaborato con l'Opera Giocosa del Friuli Venezia Giulia di Trieste, con
Rudolf Lipitzer di Gorizia, con l'Orchestra Europea della S.G.I., con
l'Ensemble Il Ruggiero.
Nel 1992 ha fondato il Trio Vladah e si è esibito in rassegne di musica
etnica e klezmer.
Nel 1996 ha collaborato con l'Università "Primo Levi" di Bologna .
Corso di studi al D.A.M.S. di Bologna, ricercatore etnomusicologo,
violinista versatile e stravagante possiede la rara capacità di unire il
canto della voce a quello del violino e per questa originale e inesplorata
arte riceve nel 1998 "La pagina d'oro" per la sezione musica dalla
Associazione "Galileo Galilei" di Pisa.
Tiene lezioni-concerto e seminari in Italia e all'estero.
Autore di musiche di scena per il teatro, ha collaborato con il Teatro delle
Briciole di Parma, con Olga Durano, Patrizio Roversi e Susy Blady, Lucio
Dalla, Vittorio Franceschi e con la Biennale di Teatro Danza di Venezia.
Il suo spettacolo E ben venga maggio è stato tra gli eventi in cartellone di
Bologna 2000 Capitale Europea della Cultura.
Nel 2001 ha collaborato con la Biennale di TeatroDanza di Venezia
Leader della Vladah Klezmer Band,da lui fondata nel 1992, si esibisce dal
1996 durante i Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli e dal 1999 per la
"Giornata della Memoria" e la "Giornata Europea dell'Ebraismo".
Nel 2004 e 2005 si esibisce al Klezmer Festival di Gradisca d'Isonzo.
In qualità di docente collabora con l'associazione Terra di Danza. Figlio di
un ex deportato nei lager nazisti collabora con l' A.N.E.D., l'Associazione
Figli della Shoà e con la Scuola di Pace di Montesole per tenere viva la
Memoria di coloro che seppero dire no al nazifascismo. Recentemente ha
collaborato con Jacques Stroumsa,"il violinista di Auschwitz" durante le
presentazioni della sua autobiografia Violinista ad Auschwitz.
Ha suonato presso la Comunità Ebraica di Verona per la Giornata Europea
della Cultura Ebraica il 5 settembre 2004. Nel marzo 2005 è uscito il suo
lavoro discografico "Antichi Canti Ebraici del Mediterraneo" Nel luglio 2005
presenta il suo recital per violino e voce"il violino racconta" al Teatro
Arena del Sole di Bologna. Nel settembre 2005 tiene un concerto a Trieste
per la Giornata Europea della Cultura Ebraica. Nel gennaio 2006 effettua una
intensa attività di concerti a Bologna, Imola e località limitrofe per la
Giornata della Memoria. E' in imminente uscita un disco di musica klezmer
con la sua Vladah klezmer band (Da: http://paolobuconi.altervista.org/).
Grüne Rose In una legnaia ai confini del nulla e del cielo l'odio consumò la più atroce vendetta contro l'amore (l'amore che non osa dire la sua ragione di esistere...). "Da quale inferno sono usciti i cani e i treni?" si domanda una giovane voce del passato. Nell'era più oscura e crudele della storia umana, uomini dalle mani di fuoco marchiarono i cuori d'altri uomini con segni di condanna. E l'amore - quando i sicari più spietati conobbero il suo nome - morì di morte violenta. Ma dalle ceneri della follia, ecco il suo fantasma e il suo seme (ritornano sempre), rosa come l'inizio del mattino, verdi come germogli. Grüne Rose - regia di Dario Picciau, soggetto e sceneggiatura di Roberto Malini, interpretato da un cast di giovani attori di talento - è il cortometraggio che celebra il mondo tragico dell'artista Richard Grüne, che sopravvisse per ben undici anni nella macchina di morte nazista. Il film è c o-prodotto da Visions, Arcigay Firenze e Watching The Sky.
Richard Grüne nasce a Flensburg, in Germania, il 2 agosto 1903. Studia alla Bauhaus di Weimar con diversi insegnanti, fra i quail Wassily Kandinsky e Paul Klee. Nel 1933, quando in partito nazionalsocialista prende il potere, si trasferisce a Berlino. Grüne è omosessuale e ben presto si accorge delle misure repressive attuate dal regime contro la sua categoria. I locali per omosessuali vengono chiusui e nei luoghi in cui si incontrano sono effettuate vere e proprie retate. L'artista è arrestato nel dicembre 1934 insieme ad altri 70 omosessuali, in seguito a delazione. Interrogato duramente, riconosce la propria omosessualità, che è considerate un reato in base al Paragrafo 175, e trascorre cinque mesi in detenzione, quindi torna a casa, sul confine fra Germania e Danimarca. Nel settembre del 1936 è condannato ad altri dieci mesi di custodia cautelare. La Gestapo, tuttavia, prolunga la detenzione e nell'ottobre del 1937 lo deporta presso il campo di concentramento di Sachsenhausen, dove resta fino all'inizio di aprile 1940, quando è trasferito a Flossenbürg. Cinque anni dopo, quando le forze di liberazione americane raggiungono il lager in cui è detenuto, Grüne fugge e ragiunge sua sorella a Kiel. Dal 1934 al 1945 l'artista ha subìto umiliazioni e vessazioni inhumane, soprattutto a partire dal 1940, quando Himmler promosse una rapressione violenta contro gli omosessuali nei lager, comprendente la castrazione. Il capo della Gestapo approvò anche l'esperimento di Buchenwald, nel quale alcuni medici iniettarono ormoni maschili in soggetti omosessuali, allo scopo di convertirne l'orientamento. Al termine della guerra si registrò l'arresto di 100.000 omosessuali, di cui il 60% morì. Numerosi sopravvissuti furono nuovamente incarcerati, ancora in base al Paragrafo 175, che rimase in vigore fino al 1969. Tuttavia la legge fu definitivamente abolita solo nel 1994. Nel 1947 L'artista cerca di portare all'attenzione del mondo la tragedia della deportazione degli omosessuali, pubblicando un portfolio di sue litografie in edizione limitata: Passion de XX Jahrhunderst , "Passione del XX secolo" (nella foto, una delle opere, Milano, collezione Watching The Sky). Dopo la fuga, Grüne trascorre molti anni in Spagna, per tornare in seguito a Kiel, dove muore nel 1983.
"Il sole su Auschwitz": l'arte di Anna CocumaroloAnna Cocumarolo è un'artista dalla notevole esperienza, apprezzata per il suo straordinario virtuosismo pittorico e coloristico. Si diploma all’accademia di Belle Arti di Brera, dopo di che tiene diverse mostre personali di successo soprattutto a Milano (Galleria delle Ore). Il suo sodalizio artistico con Pino Ponti (1905-1999) l’avvicina a una rappresentazione dilatata, dissolta e metamorfica del corpo umano e degli ambienti. Successivamente la sua arte si rivolge alla materia, al recupero della simbologia di angoli del paesaggio urbano apparentemente anonimi, ma carichi in realtà di codici umani, storici e spirituali. Pittrice versatile e anticonformista, ha sempre prediletto mantenersi autonoma rispetto all’art system, ponendosi al servizio di un’arte pura e disinteressata, intatta come il silenzio e la sostanza del tempo. Apprezzata dal più raffinato collezionismo in Italia, Svizzera e Inghilterra, vive attualmente a Londra. La sua eccezionale sensibilità luministica è ben espressa nella più recente serie, “Il sole su Auschwitz”, in cui le pietre e i luoghi del ricordo tornano a vivere sotto un sole testimone di un mondo sospeso fra l’abisso e l’infinito. R.M.


Calamity Jane, una storia vera che sembra una leggendadi Roberto Malini
Calamity Jane era dotata di una grande forza d’animo, aveva riflessi veloci, vigore e un’abilità innata nelle attività che distinguevano i migliori cow-boy. Non si accontentava di sopravvivere, ma desiderava essere la migliore in un mondo ostile, spietato, dominato da uomini duri e ostili come le terre selvagge del Montana e del Missouri. Era anche un’anima generosa, che si batteva sempre a favore dei diritti dei più deboli. Il suo vero nome era Martha Jane Canary (1848-1903) e fu il prototipo di una nuova donna, una donna capace di influire sulla storia. Forte e sensibile, riconosceva i diritti dei nativi americani e le prevaricazioni che gli invasori europei compivano ogni giorno su di loro, macchiandosi di ogni crimine. La sua vita assunse la dimensione di una leggenda, accentuata dal suo legame con lo sceriffo più famoso dell'Ovest: Wild Bill Hickock. Cinico e senza pietà lui, caritatevole e rispettosa della vita umana lei, che si trovò spesso in condizione di usare le armi, ma senza intenzione di uccidere. L'esistenza di Calamity Jane fu comunque avventurosa ed "estrema". Il suo spirito indomito la condusse a diversi eccessi: l'alcool, le passioni, il gioco, il rischio. La sua storia è suggestiva e densa di azione - al punto che alcuni studiosi hanno messo in dubbio persino la storicità del personaggio, smentiti però dai documenti - e tuttavia rappresenta i valori positivi del Nuovo Mondo: generosità, coraggio, rispetto, impegno a superare i propri limiti. Jane fu anche madre e le sue "Lettere alla figlia" sono commoventi e ci consentono di percepire la voce del suo cuore.
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Gregory Corso, un uomo disperato di Roberto Malini
Ho conosciuto il poeta Gregory Corso circa vent'anni fa a Milano. Me lo presentò Fernanda Pivano, che nutriva per lui una grande ammirazione. Abbiamo parlato della sua infanzia e giovinezza: la povertà, l'inquietudine, l'orfanotrofio, il riformatorio. Poi, a diciassette anni, il tentativo di una rapina e il carcere. Durante la prigionia, si formò una cultura grazie alla biblioteca dell'istituto di pena e iniziò a scrivere in versi. Lo folgorò la poesia di Walt Whitman. Nel 1950 conobbe Allen Ginsberg e intraprese nuovi studi, da autodidatta. Quindi pubblicò la prima raccolta di liriche, The Vestal Lady on Brattle. Negli anni '60 entrò in contatto con gli artisti della Beat Generation , ebbe uno sfortunato matrimonio e si trasferì in Europa per due anni. Dopo Long Live Man (1962) ed Elegiac Feelings American (1970) si avvicinò, come altri esponenti della Beat Generation , alle filosofie orientali. La sua poesia Bomb, del 1958, una lettera d'amore rivolta alla bomba nucleare, sollevò un acceso dibattito. Scriveva senza porre freni alla sua inventiva bizzarra e i suoi versi furono una "moda" per molti anni. A me fece una grande tristezza. Gli chiesi che cosa fosse per lui la poesia. Mi rispose: "Un modo per stare meglio. Negli anni '60 cercavamo di sorprendere il mondo con le parole. Esagerare era il nostro imperativo". Parlammo anche delle responsabilità di un artista come lui, Kerouak, Ginsberg o Ferlinghetti, cui milioni di giovani guardavano con venerazione, cercando risposte alla loro ansia di cambiare il mondo. "Francamente non mi interessa," rispose. "Loro hanno le loro vite, ma io devo pensare alla mia. Le belle donne che leggono le mie poesie, loro invece mi interessano". Manifestava un grande disprezzo per gli emarginati, i diversi, i gay, nonostante Ginsberg - che era gay - l'avesse aiutato ad emergere. Il giorno successivo, per una singolare coincidenza, lo vidi ancora, per l'ultima volta. Era ubriaco e cercava di entrare nel Duomo di Milano, sbraitando contro chi glielo impediva. Aveva cinquantasei o cinquantasette anni, ma sembrava molto più vecchio. Uomini e donne - anche le belle donne così ammirate dal vate della Beat Generation , nei suoi momenti lucidi - lo guardavano con pietà. Avevano davanti uno dei poeti più famosi del mondo. Avevano davanti un uomo solo e disperato.
L'arte yiddish è arte del popolo ebreo, arte dei poveri e degli emarginati che cercarono giustizia ed eguaglianza, ma, a causa della persecuzione nazifascista, trovarono la morte e l'oblio del loro mondo creativo e spirituale. Nella pittura yiddish , che rappresenta un mondo semplice, quello dell'ebraismo hassidico, degli shtetl - i villaggi ebraici dell'Est europeo - e della gente umile, ogni cosa, ogni persona (il portatore d'acqua, la fanciulla, il barbiere, il macellaio kasher , il violinista sul tetto) sembrano in pace con il mondo. Le dispute, le sofferenze, le guerre appartengono, in apparenza, a un altro universo. In un quadro yiddish, tutto si eleva dalla grevità della terra e... vola! Dietro ciò che gli occhi vedono, in una festa di colori puri, però, ecco il mistero di quel volo, che è vento di dolore. E' la mancanza di un appoggio sicuro che ha sempre caratterizzato l'esistenza e la sopravvivenza del mondo ebraico, dove la gente che non poteva avere casa (disprezzata, massacrata o "semplicemente" scacciata nei frequenti pogrom ) sognava di raggiungere, attraverso il volo o le parole "magiche" di un saggio rabbino, un luogo almeno ideale dove vivere. Il volo yiddish. .. e la nube nera dell'odio e del pregiudizio che si avvicinava... Prima di Hitler, vivevano nell'Est dell'europa migliaia di artisti yiddish , che dipingevano con una tecnica elementare, come se pregassero. La grandezza dell'arte yiddish stava proprio nella sua voluta povertà. Niente disegno, niente prospettiva, niente proporzione fra gli ementi del dipinto. Apparentemente, arte così naif da sembrare infantile. In realtà, così spirituale da liberarsi completamente dalla forma. Sembra incredibile, ma un solo artista realmente yiddish (sopravvissuto - unico della sua famiglia - a Lodz,Auschwitz e a una lunga marcia della morte) vive ancora, in Israele, dimenticato da tutti. Si chiama Jacob Vassover, ha 81 anni e dipinge ancora per ricordare un popolo e un mondo distrutti nel sangue e nell'orrore. Lo considero senza ombra di dubbio il pittore più importante del nostro tempo, colpevolmente ignorato dal mondo dell'arte, dalla cultura della vita, dall'ebraismo di oggi. Visions e l'associazione Watching The Sky stanno dedicando importanti energie per rimediare a questa "svista" della modernità e realizzare una retrospettiva dedicata a Vassover, con catalogo delle opere, a Milano, Roma o in un altro capoluogo, presso una sede importante. Watching The Sky ha acquisito quaranta opere yiddish dipinte dall'artista fra gli anni '50 e i nostri giorni. Quello che manca, è il sostegno di istituzioni, privati, enti culturali e artistici, organizzazioni ebraiche o di tutela dei diritti umani. Intanto ringrazio chi non ha dimenticato quello che dovrebbe essere - in un mondo giusto - il più significativo pittore vivente. Primi fra tutti, Dario Picciau e Roberto Verdicchio. Se ai loro nomi si aggiungeranno, numerosi, quelli di nuovi amici di Jacob Vassover, il sogno di celebrare la memoria di un popolo e di una cultura diventerà realtà e, insieme, potremo restituire al mondo un po' della sua anima perduta. Roberto Malini


In attesa della mostra di fotografie d'arte "Le scorte vive" di Roberto Malini e Steed Gamero, dedicata all'Olocausto degli Studenti biblici (i testimoni di Geova), Visions presenta la poesia di un testimone di Geova tedesco, distribuita a Rheingönheim nella notte del 5 Giugno 1936 (versione di Roberto Malini).
Né il denaro né il potere ci libereranno dal dolore
Né mani umane saranno artefici di aurore
Né sulla nostra Terra una nuova era verrà
Prima che il tempo eterno sia accordato all'umanità.
Nessuno può salvarci né sotto il cielo un nome sarà dato
Se non quello di Gesù, nostro signore beato.

Da: H. Prantl, Die kirchliche Lage in Bayern, Regierungsbezirk Pfalz 1933-1940, [La situazione religiosa in Baviera, Distretto governativo Palatinato...] vol. V, Magonza, 1978, pag. 129.
Foto: Salvatore Doria, un Testimone di Cerignola arrestato e condannato nel 1940 a 11 anni di reclusione dal Tribunale Speciale fascista. Mentre era detenuto nel carcere di Sulmona, fu deportato in Germania, prima a Dachau e poi nel campo di Mauthausen, da dove fu liberato nel 1945 all’arrivo degli americani. La sua salute, soprattutto psichica, fu gravemente compromessa dalla terribile esperienza dei campi. Morì nel 1951, a soli 43 anni (Grazie a Piero Ragno).
Nuova acquisizione della collezione "Il mondo di Anne Frank"La collezione di libri, documenti e memorie "Il mondo di Anne Frank", costruita con passione e devozione dalla 263 Films e dall'associazione culturale Watching The Sky si arricchisce di un nuovo pezzo, quantomai raro e prezioso: una fotografia risalente agli anni '30 che mostra l'interno della splendida Sinagoga Sefardita di Amsterdam. Fondata nel 1675 per accogliere i riti e le preghiere dei discendenti degli ebrei fuggiti dalla Spagna nel XV secolo, il tempio fu devastato dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e restaurato nel dopoguerra. "La fotografia," dice Roberto Malini, "proviene dalla famiglia di uno dei pochi sopravvissuti fra i 3.500 ebrei sefarditi che nel 1941 vivevano ad Amsterdam. E' un'immagine straordinaria che mostra una parte degli arredi originali della sinagoga e ci restituisce un po' della spiritualità degli ebrei olandesi, prima che l'odio nazista si abbattesse con violenza inimmaginabile su di loro, cancellando nel fuoco e nel sangue il loro mondo".
Perché la filosofia antica ci appare così profonda e universale, rispetto a quella moderna? La differenza - o quello che che ci colpisce quando poniamo in confronto le due filosofe - è la loro distanza morale dal "vero assoluto", secondo un'espressione usata da Giacomo Leopardi. Nessuno ragiona in modo simile all'altro e nessuna società si evolve seguendo analoghe concezioni del bene e del bello, del giusto e dell'iniquo, dell'utile e del superfluo. In quest'universo quantomai eterogeneo, una comunità umana ancora vicina alla natura si è poco discosta dal vero assoluto che, secondo i filosofi materialisti (ma non solo) coincide con la natura stessa. Non è solo il fondamento della filosofia dell'età classica, ma anche delle religioni "pagane": le infrastrutture teoriche allontanano l'essere raziocinante dai principi primi della verità, poiché aumentano i gradi di separazione (speculativi, semantici ecc.) da suo manifestarsi nel mondo fisico. Ecco perché la filosofia antica - che ancora osserva l'aspetto materiale del divenire - ci mostra un volto più vero e luminoso rispetto a quella successiva, che specula su speculazioni. R.M.
Che cosa pensava degli ebrei Giacomo Leopardi? Giacomo Leopardi scrisse nello Zibaldone : "Lo spirito della legge Giudaica non solo non conteneva l'amore, ma l'odio verso chiunque non era Giudeo. Il Gentile, cioè lo straniero, era nemico di quella nazione; essa non aveva neppure nè l'obbligo nè il consiglio di tirar gli stranieri alla propria religione, d'illuminarli ec. ec. Il solo obbligo, era di respingerli quando fossero assaliti, di attaccarli pur bene spesso, di non aver seco loro nessun commercio. Il precetto diliges proximum tuum sicut te ipsum , s'intendeva non già i tuoi simili , ma i tuoi connazionali . Tutti i doveri sociali degli Ebrei si restringevano nella loro nazione".
In un altro passo, espose il seguente pensiero: "Qual nazione, se non dopo fatta Cristiana, non riputò per doni di Dio, e segni del favor celeste le prosperità, e per gastighi di Dio, e segni dell'odio suo le sventure? (Onde fra' più antichi, e fra gli stessi ebrei, come i lebbrosi ec., si fuggiva con orrore l'infelice come scellerato, e quando anche non si sapesse, o non si fosse mai saputa da alcuno la menoma sua colpa, si stimava reo di qualche occulto delitto, noto ai soli Dei, e la sua infelicità s'aveva per segno certo di malvagità in lui, e se l'avevano creduto buono, vedendo una sua sciagura, credevano di disingannarsene.). Al contrario accadde nella nostra religione, la quale, se non altro, definisce per maggior favore, e segno di maggior favore di Dio l'infelicità, che la prosperità".
Il passo che segue, infine, di cui ho già scritto precedentemente, riassume le convinzioni di Giacomo Leopardi riguardo alle leggi ebraiche: "La nazione Ebrea così giusta, anzi scrupolosa nell'interno, e rispetto a' suoi, vediamo nella scrittura come si portasse verso gli stranieri. Verso questi ella non avea legge; i precetti del Decalogo non la obbligavano se non verso gli Ebrei: ingannare, conquistare, opprimere, uccidere, sterminare, derubare lo straniero, erano oggetti di valore e di gloria in quella nazione, come in tutte le altre; anzi era oggetto anche di legge, giacchè si sa che la conquista di Canaan fu fatta per ordine Divino, e così cento altre guerre, spesso nell'apparenza ingiuste, co' forestieri. Ed anche oggidì gli Ebrei conservano, e con ragione e congruenza, questa opinione, che non sia peccato l'ingannare, o far male comunque all'esterno, che chiamano (e specialmente il Cristiano) Goi ywg ossia gentile , e che presso loro suona lo stesso che ai greci barbaro : (v. il Zanolini, il quale dice che, nel plurale però si deve intendere, chiamano oggi i Cristiani \ywg goiìm ) riputando peccato, solamente il far male a' loro nazionali".
E' sorprendente notare come il poeta avesse fatta propria una credenza che apparteneva al suo tempo, senza approfondire l'argomento (come era in genere suo massimo scrupolo) attraverso un'attenta consultazione delle fonti: i 613 mitzvòth , precetti o regole di vita, che sono le basi della fede ebraica. Il Talmud (trattato Makkoth 23b) stabilisce che la Torah riporta 613 mitzvoth , di cui 248 sono mitzvoth aseh (precetti positivi o prescrizioni) e 365 sono mitzvoth taaseh (precetti negativi o divieti). I precetti sono spiegati e commentati in alcune opere fondamentali. Ecco le principali:
- Maimonide, Sefer ha-Mitzvoth , ( Libro dei Comandamenti );
- Sefer ha-Chinnuch ( Libro dell'Educazione ), attribuito a Rabbi Aaron ha-Levi di Barcellona;
- Sefer ha-Mitzvòth ha-Gadol ( Il Grande Libro dei Comandamenti ) di Rabbi Moses di Coucy;
- Sefer ha-Mitzvòth ha-Katan ( Il Piccolo Libro dei Comandamenti ) di Rabbi Isaac di Corbeil
I mitzvoth taaseh proibiscono di "ingannare, conquistare, opprimere, uccidere, sterminare, derubare" sia l'ebreo che il gentile e stupisce accorgersi che un uomo di grande cultura e ampie idee come Giacomo Leopardi abbia, sia pure in minima parte, contribuito a divulgare un pregiudizio che oggi definiremmo "antisemita". R.M.
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