Eldorado Nuova Apertura. Intervista a Steed Gamero

a cura di Alfred Breitman

In occasione della mostra fotografica Eldorado Nuova Apertura, che racconterà - attraverso un percorso artistico costituito da venti immagini - la persecuzione e lo sterminio degli omosessuali in Germania sotto il regime nazionalsocialista, ho posto alcune domande al giovanissimo fotografo peruviano (ma ormai italiano di adozione) Steed Gamero.

Domanda : Inanzitutto, complimenti. Le foto che tu e Roberto Malini esporrete a Firenze sono evocative ed emblematiche. Il loro linguaggio estetico ci riporta alla città di Berlino durante gli anni '20 e '30: la Bauhaus, l'espressionismo maturo, l'apertura a ogni stile di vita da parte di una società che guardava al progresso, le idee di Magnus Hirchsfeld. Come è nata l'idea della mostra?

Risposta : Sono interessato all'Olocausto, a cui mi sono avvicinato grazie all'amicizia con Roberto Malini, che studia questo argomento da tanti anni, pubblica ricerche, incontra testimoni, va nelle scuole a parlare con i ragazzi. Credo che sia molto importante comunicare ai giovani come me, ma non solo, quello che è successo pochi decenni fa: una persecuzione e un massacro di milioni di esseri umani che non avevano colpe, ma erano diversi rispetto alla maggioranza. Se non eri ariano, cristiano, eterosessuale, disposto a seguire la follia omicida di Hitler, Himmler e degli altri criminalii che governavano la Germania, ti arrestavano e ti spedivano nei campi di concentramento. Poi, se ti giudicavano irrecuperabile, ti uccidevano. Con la mostra Eldorado Nuova Apertura io e Roberto, che è anche un artista e sperimenta soluzioni creative sempre nuove con la macchina fotografica, ricordiamo le decine di migliaia di persone omosessuali colpite dai nazisti. Il nightclub Eldorado, da cui cominciò la perseuzione, ci è sembrato il simbolo di un mondo che è cambiato improvvisamente. La gioia di vivere della Berlino aperta e trasgressiva si era trasformata in una terribile caccia alle streghe.

D : Le due foto intitolate "Il ragazzo di Pierre Seel" sono indimenticabili...

R : Era un ragazzo della mia età. Per dimostrare agli altri omosessuali cosa li aspettava nel campo di concentramento, il comandante lo fece spogliare, gli infilò la testa in un secchio metallico e lo fece sbranare vivo dai cani, davanti a tutti. Pierre Seel, un gay sopravvissuto all'Olocausto, aveva conosciuto e amato quel ragazzo. Lo vide morire così. Urlava, mentre i cani gli strappavano la carne, e il secchio amplificava la sua voce disperata.

D : Spaventoso. Mio Dio, veramente terribile... Altre foto presentano il cabarettista Paul O'Montis...

R : Era un cantante molto famoso. Aveva pubblicato molti dischi. Era ebreo e omosessuale. Quando Hitler prese il potere, fuggì a Praga. Fu raggiunto anche lì e deportato a Sachsenhausen, nella Baracca 11, dove gli omosessuali venivano torturati, castrati e sterminati. Fu ridotto così male che il responsabile della baracca gli consigliò di suicidarsi. Paul si impiccò. Le sue canzoni erano conosciute da tutti i tedeschi.

D : Avete scelto Eva Robin's per esprimere lo stile di vita queer della Berlino di Weimar. Le foto sono meravigliose ed Eva trasmette contemporaneamente bellezza e tragedia...

R : Abbiamo chiesto a Eva se fosse disponibile a posare per quelle foto e lei ha accettato. Roberto ha scelto Eva proprio perché ha un viso espressivo. E' assolutamente convinto che Eva Robin's potrebbe interpretare qualsiasi ruolo drammatico per il cinema o il teatro. Per me è stato difficile, ma artisticamente stimolante fotografarla. E' capace di trasmettere emozioni profonde. Quando si è portata le mani sul volto, ho cercato di cogliere il suo sguardo fra le dita. In quel momento era lei la star dell'Eldorado, una creatura dolce e delicata, ma forte e coraggiosa, che avrebbe voluto vivere, ma sapeva che era la fine.

D : Questa mostra fa parte di un ciclo, dedicato all'Olocausto in tutti i suoi aspetti, vero?

R : Sì. Sto incontrando gli ultimi superstiti di Auschwitz e di altri campi di morte. Spiego loro che desidero fotografarli sotto un aspetto artistico. Voglio catturare attraverso i loro visi, la loro storia, i loro sentimenti, i loro ricordi. E' già in programma una mia mostra dedicata alle donne dell'Olocausto. Quindi vorrei esporre una serie di fotografie dedicate al "Porrajmos", lo sterminio dei Rom. E' un Olocausto che molti vogliono dimenticare. Ho conosciuto alcuni anziani zingari sopravvissuti alle persecuzioni. Ho visto e fotografato una roulotte del primo Novecento, passata attraverso l'Europa dominata dai Nazisti e arrivata fino a noi per ricordarci la morte di mezzo milione, forse un milione di innocenti. Nei prossimi mesi incontrerò anche alcuni Testimoni di Geova sopravvissuti ai lager. Alla fine le immagini saranno raccolte nell'opera "Olocausti e luci" dedicata agli Olocausti e alle luci di speranza che arrivano dalla memoria.

Mentre intervisto Steed, Roberto riceve alcune mail da parte di organizzazioni per lo studio della deportazione omosessuale sotto il regime nazista. C'è molto interesse verso l'esposizione fiorentina, organizzata dall'Arcigay Firenze in collaborazione con Visions Milano. Gerard Koskovich - noto storico ed   editore, membro del comitato direttivo del Memoriale della Deportazione degli Omosessuali di Parigi e della GLBT Historical Society di San Francisco - comunica il suo sostegno culturale e umano alla mostra fotografica e chiede se sia possibile avere qualche immagine per i musei e per la sua straordinaria collezione privata. I due artisti faranno dono di alcune foto originali autografate, che arricchiranno le importanti collezioni.

(Nelle foto, locandina della mostra)


Il pessimismo leopardiano

Il termine "pessimismo" non è gradito a molti cultori o studiosi dell'opera di Leopardi. Forse bisognerebbe cambiare definizione, riguardo al suo orientamento filosofico. "Pensiero grigio" potrebbe essere calzante. Già Esiodo nell'VIII secolo a.C. rimarcava il fatto che l'uomo del suo tempo (che era l'alba di QUESTO tempo) fosse soggetto a dolore senza speranza e vincolato alle leggi una natura spietata. Giacomo Leopardi era molto vicino alla mitologia esiodea e notava chiaramente che, abbandonate le età dell'oro, dell'argento, del bronzo e degli eroi, l'uomo a lui (e a noi) contemporaneo dovesse patire la lontananza dal mondo divino, da quello spirituale, da quello della concordia e da quello dei puri ideali. Ecco l'età del ferro, in cui la ragione non può che essere equivalente al pessimismo. Anche i fiori profumatissimi dell'età del ferro sono "torturati dagli insetti, sterpati dai giardinieri", straziati perfino dalla donzelletta che percorra con levità il giardino in cui sbocciano, vivono e muoiono. Contemporaneamente il bene e il bello non sono che illustri malati nell'ospedale dell'esistere. Secondo Esiodo, sarà la nostra innocenza residua, come una scintilla di divinità, a salvarci. Ancora più addentro nell'epoca del ferro, Leopardi non concede ai suoi simili neanche quella speranza. No, per lui non nascere sarebbe mille volte più augurabile che venire al mondo. Se lo si guarda con gli occhi del'intuizione, anche il suo "garzoncello" ha già "chiome grigie sulle tempie". Non percepisce alcuna traccia di innocenza, il pensiero grigio. R.M. (Nella foto, Gustave Moreau, "Esiodo e la Musa")

Yom Hashoah

Oggi, 25 aprile 2006, anniversario della Liberazione, è il 27 del mese di Nissan del calendario ebraico. Gli ebrei di tutto il mondo ricordano i sei milioni di vittime della Shoah e gli eroi della resistenza ebraica. Dalla brochure del Museo memoriale Yad Vashem di Gerusalemme: "Yom HaShoah Ve-Hagevurah significa in ebraico "Giorno della Memoria dei martiri e degli eroi dell’Olocausto". Yom HaShoah, che segna l’inizio della rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943, fu stabilito per legge dal governo Israeliano nel 1951. Una sirena risuona per due minuti in tutto il paese in memoria delle vittime, ed i luoghi di intrattenimento come teatri, sale da ballo, ristoranti e caffè restano chiusi. E’ divenuto una data commemorata dalle comunità Ebraiche e dai singoli credenti in tutto il mondo". Celebriamo la ricorrenza ricordando i versi della poesia "Fuga di morte", di Paul Celan, sopravvissuto all'Olocausto.

Paul Celan
Todesfuge (Fuga di morte)
Versione di Roberto Malini

Latte nero dell’alba lo beviamo di sera
lo beviamo a mezzogiorno al mattino lo beviamo di notte
lo beviamo e beviamo
scaviamo nel cielo una tomba dove non si sta stretti
Un uomo àbita nella casa gioca con i serpenti scrive
scrive quando è il crepuscolo in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
scrive queste parole esce di casa le stelle trasaliscono fischia ai suoi cani feroci
fischia fa uscire i suoi ebrei e scavare una tomba nella terra
ci ordina suonate noi balleremo

Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo al mattino a mezzogiorno ti beviamo di sera
ti beviamo e beviamo
Un uomo àbita nella casa gioca con i serpenti scrive
scrive quando è il crepuscolo in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo nel cielo una tomba dove non si sta stretti

Grida affondate di più le zappe nella terra voi e voi cantate suonate
stringe il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono blu
affondate di più le zappe voi e voi suonate ancora noi balleremo

Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo a mezzogiorno al mattino ti beviamo di sera
ti beviamo e beviamo
un uomo àbita nella casa i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith gioca con i serpenti
Grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro di Germania
grida più cupi gli archetti e il vostro fumo salirà verso il cielo
avrete una tomba nelle nuvole allora dove non si sta stretti

Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro di Germania
ti beviamo di sera e al mattino ti beviamo e beviamo
la morte è un maestro di Germania il suo occhio è blu
ti centra con una palla di piombo non ti manca
Un uomo àbita nella casa i tuoi capelli d’oro Margarete
scatena i suoi cani feroci contro di noi ci offre una tomba nel cielo
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro di Germania
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan (Paul Pessach Antschel) nasce a Czernowitz, Bucovina (Romania), il 23 novembre 1920, figlio di genitori ebrei ortodossi. Studia tedesco al ginnasio e approfondisce i classici tedeschi, da Goethe a Rilke. Ama anche i Parnassiani, soprattutto Verlaine e Rimbaud. Legge Shakespeare, Nietsche e Kafka. E’ a Berlino, diretto in Francia per studiare medicina, il 10 novembre 1938, la Notte dei Cristalli. Scrive poesie a partire da quell’anno. Nel 1939 l'Armata Rossa invade Czernowitz. Nel 1941 l’esercito rumeno, controllato dai tedeschi, occupa la sua città e iniziano le deportazioni. Paul si nasconde e tenta di persuadere i suoi genitori a seguirlo, ma non è ascoltato. Saranno entrambi arrestati e assassinati in un campo di sterminio, come la maggioranza degli ebrei di Czernowitz. Anche Paul viene tuttavia arrestato e inviato ai lavori forzati in Moldavia, dove resterà fino al 1944. E’ assistente in una clinica psichiatrica ed evita di essere inviato alle camere a gas. Continua a scrivere poesie. Al termine della guerra si reca a Bucarest, dove entra in contatto con altri poeti e intellettuali. Pubblica alcune liriche su riviste letterarie locali. Nel 1948 l’Unione Sovietica occupa la Romania e il poeta si rifugia a Vienna. Celan si appassiona al pensiero di Heidegger. Nel 1951 sposa la pittrice Gisèle de Lestrange. Nel 1953 nasce e muore poche ore dopo aver visto la luce François, il suo primo figlio. Nel 1955 Gisèle gli dà Eric, figlio amatissimo. Ottiene la cittadinanza francese. Continua la sua attività poetica, pubblicando alcune raccolte di liriche, ma contemporaneamente soffre di crisi depressive. Nel 1962 è ricoverato in una clinica psichiatrica; sarà ricovarato anche nel 1965, nel 1967 e nel 1969. Prosegue intanto la carriera poetica e conosce Heidegger. Si sente vicino ai moti studenteschi del 1968, da cui prende le distanze quando sconfinano nella violenza. In quell’anno compie un viaggio in Israele. Intorno al 20 aprile 1970 si suicida gettandosi nelle acque della Senna. Il suo corpo sarà recuperato da un pescatore il 1° maggio.

Nella foto, un dipinto di Tamara Deuel, grande artista ebrea lituana sopravvissuta alla Shoah.

Leopardi sul lettino dello psicoanalista

di Roberto Malini

Quando ho un attimo di tempo, amo scambiare idee e opinioni all'interno di alcuni forum dedicati all'arte e alla cultura. Recentemente, proprio in uno di quegli ineguagliabili salotti virtuali, si è toccato - o sfiorato - un tema interessante: i rapporti fra filosofia e psicanalisi. "Leopardi sul lettino": sarebbe valido, lo strumento della psicoanalisi, per comprendere più a fondo il pensiero e l'animo del poeta di Recanati? Quand'ero ragazzo, un caro amico, psicoterapeuta junghiano, mi disse che il limite dell'indagine psicoanalitica è chiaramente delineato dalla "medietà" della psiche del soggetto analizzato. L'intelligenza creativa e brillante, l'originalità e il genio si sarebbero trovate "oltre" la sfera di competenza della sua disciplina. La penso esattamente come lui e l'esperienza mi ha dimostrato più volte quanto siano inutili i test e le sedute di psicoanalisti e psicologi davanti a una mente superiore e quanto siano dannosi se quella mente tormentata dall'endoscopia appartiene a un bambino o a un adolescente! Mai e poi mai sottoporrei un genio o un artista a terapia. Il poeta dell'Infinito - a lui è dedicato il forum in cui si è sviluppata la discussione - è molto oltre gli orizzonti che intravvedono le scienze umane. Lo si può definire, nella dimensione della psiche, modellatore di archetipi. Trovandosi ad analizzare - e non a subire - le potenzialità delle due più importanti correnti psicoanalitiche, avrebbe probabilmente preferito quella freudiana in virtù della sua efficacia sulla "medietà". Riguardo alla poetica della psicoanalisi, invece, sarebbe stato probabilmente più vicino all'altra, che non nega una forza immaginifica capace di guidare le dinamiche della mente, a imitazione dei cicli universali (così nasce la poesia?). Né Leopardi né Freud, invece, sottovalutano l'importanza di perseguire lo spettro della felicità. L'uno e l'altro, però, ritengono l'idea stessa di felicità come un fatto soggettivo. "Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per cercare la felicità. A qualsiasi età è bello dedicarsi al benessere dell’animo nostro". E' Epicuro, ma sembra Leopardi. Il genio e l'arte non sono inquadrabili nel procedimento analitico. Possono essere, anzi, parte di quel processo finalizzato al benessere della psiche. Aristotele identificava proprio negli effetti dell'arte la catarsi che avviene in chi ne fruisca, sollevandolo dagli eccessi delle emozioni e curando così la sua anima. Platone, invece, guardava all'arte con diffidenza, come se fosse essa stessa patologia, sdoppiamento, disequilibrio. Ma ii ragionamenti di Platone si formavano a un livello metamortale. Freud e Jung non comprendevano la portata taumaturgica dell'arte e, se è vero che le riconoscessero un ruolo importante nella vita della psiche, è altrettanto vero che - al di là dei frammenti di poesia e prosa citati qua e là per sottolineare tesi e conclusioni - fossero piuttosto diffidenti riguardo alla sua natura costruttiva (l'arte è il diavolo della mente?). Hillman, con cui conversai alcuni anni orsono, piacevolmente, su questi temi, è in linea con il sentire leopardiano: "Si è felici, di una propria soggettiva felicità, per breve tempo, ma questa relatività non basta al cuore umano, che ambisce all'assoluto". Per Hillman, tuttavia, l'illusione della felicità può diventare appagante, quasi bastante. Bisogna respirarla a pieno spirito e lasciarla infondersi nel proprio mondo interiore, come una primavera che consente ai fiori e ai codici più differenti di fiorire.

Ritorno a Matisse

Che differenza c'è fra i nuovi artisti e quelli delle ultime generazioni precedenti? Le diversità sono tante. La più importante è la mancanza di ideali e di ispirazione che caratterizza spesso gli artisti del nostro tempo, il cui unico intento sembra essere quello di stravolgere le tradizioni non tanto per condurre l'arte verso un vero progresso, non tanto per rappresentare nuovi valori, quanto piuttosto per sorprendere, per suggestionare, per suscitare uno scandalo fine a se stesso, utile solo alla notorietà dell'artista. Oggi i pittori sono alla disperata ricerca di immagini che non passino inosservate, di un immaginario di rottura che li ponga in una dimensione al di là del giusto e dell'ingiusto. La morte, il sangue, la deformità, la violenza e la violazione di ciò che è sacro o innocente - al sentire comune - sono la "tavolozza" dei nuovi artisti. Ai ragazzi dotati di talento nelle arti figurative consiglio di tornare, quantomeno, a Matisse. Anche il maestro francese - ma con ben altra profondità - desiderava superare i movimenti e le norme del passato, liberarsi dal pensiero imitativo per raggiungere un disegno e una pittura ispirati solo e semplicemente dal sentire soggettivo. Le emozioni, nell'arte di Matisse, sono colori; i moti dell'istinto sono segni. L'espressione recupera la potenza di un linguaggio dell'anima. L'arte diviene così pura intuizione, a volte addirittura profezia, mettendo in luce l'energia vitale di ciò che appare ogni giorno davanti ai nostri occhi o rivelando ciò che dietro le "piume" dell'apparire nasconde una vacuità senza lineamenti. R.M.

(Nella foto, Studio per la France, 1939).

Arman in memoriam

Il 22 ottobre 2005 l'artista Arman, sofferente da tempo di un tumore incurabile è morto a New York all'età di 76 anni. Il giorno successivo il giovane fotografo peruviano Steed Gamero (che dà alle stampe in questi giorni il libro di immagini d'arte Qabbalah, riflessi ed echi dello spirito ) ha realizzato una serie di immagini per ricordare Arman e la sua arte. La serie - Arman in memoriam - celebra una grande accumulazione di strumenti a fiato che si trova a Cernusco sul Naviglio. Gamero raffigura l'imponente scultura di Arman come un inno eterno che si innalza fino al cielo. Nella materia nobile da cui scaturisce la musica appare di tanto in tanto un fiore umilissimo, omaggio essenziale trasportato da una folata di vento o dalla mani invisibili di una Musa. Le fotografie di Steed Gamero sono stupende e conducono l'opera di Arman in una dimensione sospesa fra la mondanità della fabbrica che foggia le opere d'arte e la metafisica dell'atto creativo. Nato a Nizza nel 1928, Armand Pierre Fernandez si affermò nella corrente artistica del Nouveau Realisme , cui appartennero, fra gli altri, Klein, Hains, Raysse, Tinguely, Villeglé, Dufrêne e César. Il critico d'arte che nel 1960 scrisse il manifesto del movimento, Pierre Restany, definì il Nouveau Realisme   come "una rivoluzione dello sguardo, una nuova dimensione della sensibilità". L'arte di Arman recupera gli oggetti del quotidiano, della strada e dell'arte, li decostruisce e poi li lega insieme, li unisce grazie alla materia-colore e li restituisce ai sensi umani sotto forma di "accumulazioni". L'artista raccolse in contenitori oggetti provenienti dalla banalità di tutti i giorni, a partire dai rifiuti delle case e delle città, trasformandoli, grazie a un'alchimia moltiplicativa, ora ripetendone le immagini reali, ora scomponendoli con tagli precisi, in Arte. R.M.

LA SERIE "ARMAN IN MEMORIAM"

Dedicata ad Anne, "Il mondo di Anne Frank" a Gallarate

da varese News.com

Gallarate (Varese). Da martedì 24 gennaio a domenica 15 febbraio (con proroga fino al 10 marzo) si è tenuta al Liceo Scientifico Statale, viale dei Tigli 38 "Dedicata ad Anne", Mostra documentaria su Anne Frank a cura del Liceo Scientifico – Classico, Associazione Partigiani Italiani e Yad Vashem Society. La mostra ha presentato parte della Collezione Roberto Malini (Watching The Sky), comprendenti le prime edizioni del Diario di Anne Frank e documenti provenienti dai mondo della giovane ebrea tedesca assassinata dai nazisti a Bergen-Belsen. Michele Mancino ed Enzo Rosario La Forgia.

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Pro Leopardi

Spesso attribuiamo ai grandi uomini il dono dell'infallibilità e ci sentiamo delusi accorgendoci che anche i filosofi e gli scienziati sbagliano, traditi da una cattiva intuizione o dalle idee imperanti nel loro tempo. I grandi uomini "sentono" la Storia, hanno un pensiero originale e a volte profondo, ci sorprendono grazie al dono della scoperta: null'altro. Il pensiero è meno vero delle torri, delle nuvole e delle stelle! R.M.

 

 

 

 

Giacomo Leopardi e l'incompreso ebraismo

Prosegue il dibattito relativo al pensiero di Giacomo Leopardi riguardo al'ebraismo. "Credo che Giacomo sia stato in buona fede nell'analizzare solo alcuni (i più problematici) contenuti dell'Antico Testamento," scrive Laura, studiosa della poesia e della filosofia leopardiana, in un forum dedicato al poeta recanatese. "Infatti, alcuni eventi del Testo Sacro lasciano interdetti molti di noi non tanto nei confronti degli ebrei che, obbedienti, eseguivano ordini, ma sulla natura propria di Dio. Questa lettura, comunque, è superficiale, sia in Giacomo che in molti di noi. Successe anche a Kierkegaard di non sapersi spiegare molte cose riguardo gli ordini che Dio dava al Suo popolo, e specialmente ad Abramo. Penso che Giacomo sia stato colpito da questi fatti che tanto, sul piano letterale, sembrano assurdi ingiusti e inumani. Ma teniamo presente che l'interpretazione letterale della Bibbia era propria del periodo illuministico, facendo emergere tutte le contraddizioni insite nel Testo. Anzi, credo che proprio in quel periodo si siano sviluppate le maggiori forme di incomprensione nei confronti del popolo ebrrisontrabile aico. Tu, Roberto, come te le spieghi tali contraddizioni insite nell'antico testamento? e come spieghi il fatto che Giacomo non avesse compreso la portata storica del popolo ebraico nella totalià di tutte le sue implicazioni, anche sul piano della naturale sopravvivenza?"

Rispondo a Laura che secondo me l'unico errore imputabile a Giacomo sia quello di aver affermato che anche ai suoi giorni gli ebrei avessero rispetto solo dei loro confratelli e non dei gentili. Se riguardo alle Scritture era abbastanza comune cadere in errore e legere attraverso la lente di ingrandimento l'attaccamento storico degli ebrei verso un ideale di nazione fondata sulle leggi religiose, non era così per la contemporaneità. Certo, a Giacomo vanno concesse le attenuanti di una scarsa conoscenza del mondo ebraico, ma un uomo della sua statura filosofica e morale non avrebbe dovuto esprimersi basando le proprie idee su preconcetti piuttosto che sulla conoscenza. Nel suo pensiero il cristianesimo assurge a perfezionamento dell'ebraismo e, implicitamente, sono riconosciuti gli stereotipi su cui si basa l'antisemitismo, le cui espressioni più acute hanno proprio una matrice cristiana. Si tratta a mio avviso della sola macchia indelebile riscontrabile nel pensiero etico di Giacomo Leopardi. R.M.